G8, PROCESSO AL PROCESSO / 1 – Due evidenti errori giudiziari –

I CASI DELL’ISPETTORE PANZIERI E DELL’AGENTE M. N. 

di Roberto Schena  

“Serpico… una persona onesta che si trasforma in un martire amareggiato” 
Steven Jay Schneider,  I capolavori del cinema mondiale,  p. 784 
L’agente scelto M. N. e l’ispettore Maurizio Panzieri, tra i condannati al processo del G8 di Genova, appartenevano al VII nucleo del Primo reparto mobile di Roma.  A loro carico, non hanno l’accusa di avere provocato lesioni, o di avere concorso a “picchiare” qualcuno o colpire persone arrestate. Il primo fu accusato di avere detto il falso nell’essersi inventato un’aggressione mentre operava nella scuola “Diaz”. Inoltre, fu accusato di avere controfirmato il verbale di arresto per le 93 persone, riconosciute poi tutte innocenti, presenti nella scuola “Diaz”.
L’agente M. N. nell’annotazione di servizio scrive che dopo essere entrato col suo reparto nella Diaz, aprì la porta di un’aula: “Entravo per primo di slancio nella stanza buia e mi trovavo improvvisamente di fronte a un giovane il quale mi affrontava impugnando un coltello con la mano destra. Servendomi dello sfollagente in dotazione riuscivo ad allontanare l’aggressore, che tuttavia mi colpiva vigorosamente al torace…(1)”. L’assalitore non fu mai identificato e l’agente al momento non si accorse del taglio.

LA MESSA IN SCENA DI UN AGENTE

Il pm però ha accusato l’agente di essersi letteralmente inventato quest’aggressione per avvalorare la tesi di una “resistenza armata posta in essere dagli arrestati (…) nonché per giustificare la violenza usata nei confronti dei medesimi arrestati durante le fasi d’ingresso all’interno dell’istituto, e la causazione di lesioni, molte delle quali gravi a 87 di costoro, inferte in massima parte da appartenenti al proprio reparto e, pertanto, per assicurare a se stesso o ad altri pubblici ufficiali l’impunità di reati così commessi in Genova il 21 e 22 luglio 2001”. (2)
Tuttavia, una perizia  eseguita dal professor Carlo Torre, del Politecnico di Torino, istituto universitario di pregio internazionale, richiesta dal gip, appurava che effettivamente il segno del taglio sulla giubba indicava come il colpo fosse stato inferto mentre l’aggressore era in caduta, esattamente come dichiarato dall’agente.
(vedi qui sotto l’immagine della ricostruzione, allegata dal Professore alla perizia). 
La sentenza di primo grado, calcolando che nei quattro minuti in cui sarebbe avvenuta l’intera azione del VII nucleo nella scuola (come accertato dal Tribunale) non vi era il tempo materiale necessario per togliere sia la giubba, sia il corpetto (“da giocatore di hockey”), procurarsi il doppio taglio e rimetterssi il tutto indosso, assolse M. N. dall’accusa di falso e calunnia.
Non così decise la Corte d’Appello, che invece seguì la linea della Procura, forte di due consulenze tecniche del Reparto Investigazioni Scientifiche dei carabinieri, il Ris di Parma. Le due consulenze, per la verità, contengono notevoli errori, tra cui l’uso per le prove tecniche di indumenti diversi da quelli indossati dall’Agente. La seconda, in particolare, fu redatta al solo scopo di “…formulare osservazioni circa le indagini svolte ed i risultati prodotti dal perito (3)”. In altri termini, per contestare la perizia condotta dal prof. Torre. La Corte d’Appello condannò l’agente, allora 28enne, per falso e calunnia sulla base di un semplice accertamento di polizia successivo alla perizia vera e propria. 
La difesa rilevò straordinarie irregolarità della procedura: le consulenze tecniche di parte, come le due di cui si sta trattando, diversamente dalle perizie vere e proprie, non sono prove, servono solo a orientare i pm nelle loro indagini, ma non sono utilizzabili in dibattimento. Eppure furono poste dal pm, Enrico Zucca, alla base dell’intera teoria accusatoria. I due agenti, inoltre, non furono nemmeno riascoltati in appello così come previsto dalla legge. Il pm ha indagato de facto i due agenti quando erano ancora nelle veste di persone informate dei fatti, di testimoni.   Tutti elementi ignorati dal Giudice d’appello.
 
Ma c’è qualcosa di più sconcertante:  M. N. è un agente scelto,  non ha che un ruolo irrilevante nella scala gerarchica. Prima di decidere se eventualmente avesse dovuto fabbricare ad arte una falsa prova in quei frangenti, come minimo avrebbe dovuto ricevere istruzioni dall’alto, la garanzia di una copertura da parte di superiori.  M. N. non poteva inventarsi di sua iniziativa una relazione su un’aggressione subita durante un’operazione così importante, né d’altra parte non poteva non scriverla: c’era una giacca “tecnologica”, parte della divisa, rovinata in un’azione di cui rendere conto.  

IL CASO PANZIERI

 Il “superiore disonesto” fu individuato in un altro uomo della truppa, un caposquadra: l’ispettore Maurizio Panzieri. Era d’uso nelle forze di polizia siglare lateralmente una per una le pagine sulle quali si redigono relazioni e verbali. Panzieri si adeguò a quell’usanza.  Tanto bastò perché fosse condannato anche lui come complice di falso. L’ispettore in sede d’interrogatorio aveva spiegato di trovarsi alle spalle di M. N. ma di non avere visto l’aggressione. Spiegò quale fosse la prassi riguardo la sigla laterale alle pagine dei verbali, apposta migliaia e migliaia di volte dai capisquadra di polizia durante i loro servizi, senza per questo avallare il contenuto. Non vi fu nulla da fare, per il Tribunale d’appello quella sigla laterale alle pagine equivaleva a una firma d’approvazione della falsa versione dell’aggressione subita da M. N. . Oggi, dopo questi stessi fatti, la sigla apposta lateralmente in modo automatico non è più in uso.

L’agente M. N. e l’ispettore Panzieri dovettero rispondere di falso anche per avere “firmato”, sempre lateralmente, per conto del Primo reparto Mobile di Roma, il verbale d’arresto dei 93 ingiustamente trascinati in Questura, compresa la falsa versione del violento pestaggio subito da Mark William Covell, giornalista inglese che si trovava davanti alla scuola all’inizio della perquisizione.

Marrk Covell

Poiché le accuse formulate nei confronti degli arrestati non erano veritiere, i due furono condannati anche per questo. Un vero accanimento. Infatti, la domanda vera è: come mai il verbale di una grossa operazione di polizia sia stato fatto firmare a un semplice agente, l’equivalente di un caporale, e a un ispettore, equivalente di un maresciallo. 

La redazione di quel verbale, comprensivo del lungo elenco di tutto il materiale sequestrato, fu completata solo nel tardo pomeriggio della domenica, il giorno dopo la perquisizione alla Diaz, quando ormai i funzionari e i responsabili del VII nucleo non erano più presenti in Questura. M. N. e Panzieri si trovavano in quelle stanze per consegnare il verbale riguardante la giubba rovinata. Essendo i due unici presenti dell’intero reparto romano, furono pregati vivamente di siglare quelle pagine di verbale. M. N. firmò dopo una lunga resistenza alle insistenze, giacché, giustamente, non ne voleva sapere. Gli fu imposto di firmare quasi fosse un obbligo perentorio, circostanza di cui la sentenza di condanna non ha tenuto minimamente conto.  Questi fatti rendono l’idea di come sia stata organizzata la perquisizione e della scarsa profondità raggiunta dal processo. 

fuga dalle responsabilità

Come si sia potuto attribuire a un agente e a un ispettore le grandi responsabilità di un intero reparto con 67 agenti, resta un mistero. Finché si tratta dell’arresto di qualche delinquente, la firma di un graduato che ha partecipato all’azione ha un senso, ma in questo caso  gli arrestati sono 93 e il firmatario non ha alcuna responsabilità né nella decisione di perquisire un intero edificio, né della sua conduzione con ricorso al Tulps, il Testo unico sulle leggi di pubblica sicurezza. Il Tulps  consente di procedere a una perquisizione senza l’ordine di un magistrato ed eventualmente ad arrestare. Prendersela con gli ultimi della scala gerarchica quando le operazioni vanno male, e così male, accusare coloro che per posizione non posseggono il “controllo” dell’azione complessiva, è una terribile forzatura.
M. N. e Panzieri non hanno mai detto o sottoscritto che Covell ha opposto resistenza armata. Chi ha avuto la bella idea di accusare Covell di resistenza armata per coprire le responsabilità del vile pestaggio nei suoi confronti, non è mai stato individuato. In effetti, com’è facilmente dimostrabile, i due non erano ancora giunti davanti alla Diaz, quindi non possono né averlo malmenato, né avere visto chi l’ha fatto. Anzi, molto probabilmente l’intero VII nucleo non era ancora arrivato davanti alla scuola. L’indagine non ha cercato di appurarlo, un peccato. 
Lo stesso ministero degli Interni, che non ha mai fornito i nomi dei 350 agenti entrati alla Diaz, non ha aperto alcuna un’inchiesta interna, per accertare le responsabilità reali di ognuno. 

DUE ECCELLENTI SERVITORI DELLO STATO

 M.N. Si era arruolato in Polizia nel 1992 all’età di 19 anni. Nel 1999, due anni prima i fatti del g8, prese parte alla missione internazionale “Arcobaleno”” in Albania, durante il conflitto nel Kosovo. Ha accumulato varie lodi, riconoscimenti, benemerenze e medaglie per le numerose azioni di polizia a cui ha partecipato a Torino e Roma, assicurando alla giustizia decine di criminali. Ha partecipato a corsi di specializzazione, tra cui la difesa Nbcr e ordine pubblico.
Maurizio Panzieri, l’uomo accusato di avere avvalorato la falsa aggressione a M. N. e i verbali fasulli riguardanti i 93 arresti, con i pesanti pestaggi relativi, oggi è un sostituto commissario in pensione. Nato a Vicenza, 64enne, è in pensione. Ai tempi della Diaz era ispettore capo, aveva 47 anni con 27 di servizio. Panzieri ha passato 43 anni della sua vita come servitore dello Stato.
Dopo l’arruolamento nel 1974, a 19 anni, fu trasferito a Trento, al reparto Celere, a quei tempi preposto all’ordine pubblico. Qui scopre un traffico di droga, ne esce con un elogio; fu poi trasferito all’aeroporto di Fiumicino, indi a Caserta alla Squadra mobile, dove ottiene “eccellenti” (sic) note caratteristiche. Ed è appena il 1979. Inizia un corso di sottufficiale, a Nettuno (Roma), alla fine del quale gli riconoscono di possedere le qualità di istruttore. Uscito col grado di vicebrigadiere, va alla scuola allievi agenti della Polizia di stato. Segue un corso di tiro rapido a Nettuno ed entra in servizio di ordine pubblico per tutti gli anni 80. Frequenta vari corsi per istruttore destinati a loro volta a personale formatore.
Panzieri insegnava: tiro rapido, balistica e percorsi di tiro nei vari casi di conflitto a fuoco, come si opera sulle volanti, come sparare dall’auto, come coprirsi tramite vari ripari dai colpi di arma da fuoco, sistemi antincendio, aggiornamento sulle tecniche di ordine pubblico, tecniche di corretta perquisizione, ammanettamento, investigazione, appostamento, irruzione, primo pronto soccorso, intervento in caso d’incendio, massaggio cardiaco e respirazione bocca-a-bocca, prevenzione in caso di presenza di esplosivi, posti di blocco e controllo conseguente. Per ogni voce spiegava che cosa afferma la legge, che cosa consente e che cosa proibisce.
Ha partecipato ad importanti azioni, tra cui l’arresto di boss. E’ stato istruttore sportivo, un valore aggiunto importante per la polizia.
Nel 2000 è a Ponte Galeria, dove è uno degli istruttori del costituendo VII nucleo per l’occasione del G8;  fra i compiti, quello di verificare la regolarità dell’azione ed eventualmente correggerla, soprattutto se si tratta di abusi. Il VI nucleo, infatti, dispone di materiale all’avanguardia, fra cui i “tonfa”, speciali manganelli molto pericolosi se non usati correttamente. Ebbene, noto per essere sempre stato molto rigoroso nel suo compito, si parla di Panzieri come di una garanzia professionale.
L’intero arco della carriera di Panzieri è costellata di elogi, encomi, attestati; c’è una medaglia d’argento, due di bronzo, una medaglia di benemerenza per gli interventi dei terremoti in Friuli e Irpinia.
E’ un poliziotto con un simile curriculum a essere accusato di avere mentito, nel confermare che l’agente scelto M. N. fosse stato aggredito da un occupante la Diaz, mentre gli tagliava la giubba. In realtà, Panzieri, come spiegato, ha solo siglato lateralmente, come avveniva di solito, sul bordo esterno dei fogli le pagine utilizzate per l’informativa di reato. Non ha in alcun modo avvalorato il contenuto.
Nonostante sia acclarato che né M. N. , né Panzieri abbiano minimamente incrociato il giornalista inglese, sono stati condannati per calunnia e falso e a risarcirgli, 10mila euro. M.N gliene ha già dati 2mila. In più dovrà risarcire lo Stato dei 90mila euro anticipati per sostenere le spese legali in sua difesa. E c’è anche la condanna penale, di cui un mese agli arresti domiciliari.
Il secondo, Panzieri, finora ha sborsato al giornalista inglese 2300 euro a titolo di risarcimento. Ne deve altri 7700 .
Ambedue dovranno rimborsare lo Stato italiano, che ha anticipato le somme, contribuendo a pagare con gli altri 28 condannati i diversi milioni di euro complessivi di risarcimenti e relative spese legali. E dovranno risarcire lo stato di ben 6 milioni di Euro per danno d’immagine internazionale. Queste condanne hanno rovinato la loro vita.
Tra parentesi:  il giornalista inglese è stato brutalmente picchiato da un agente rimasto sconosciuto. 

NOTE

(1) Annotazione M. N. , 22.07.2001
(2) Ordinanza di Archiviazione parziale e contestuale ordinanza di formulazione dell’imputazione, Tribunale di Genova, Ufficio del giudice per le indagini preliminari, n. 203/05 RGIP, 15.6.2005. dott. Lucia Vignale. Pagine 15 e 16.
(3) Consulenza tecnica Ris del 05.06.2003 pag. 1, Premessa.



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