G8, PROCESSO AL PROCESSO / 2 Il caso del vicesovrintendente L.

Il Palazzo di Giustizia di Genova

LA vittima paga per il colpevole

Dopo i casi dell’ispettore Panzieri e dell’agente scelto  M. N., anche il caso del vicesovrintendente L. dovrebbe far riflettere. Il caposquadra è stato condannato, come gli altri 6 del VII nucleo Antisommossa del Primo reparto Mobile di Roma, a 4 anni di detenzione, per concorso in lesioni e per non avere impedito ai colleghi di usare il manganello a sproposito, una volta entrati alla Diaz. In realtà, è avvenuto l’esatto opposto: come appurato dai magistrati, L. è stato l’unico a riferire per iscritto di avere veduto dei pestaggi, anzi di averli subiti da parte di un agente maldestro, rimasto sconosciuto, e di avere difeso una ragazza dalle manganellate dello stesso. La ragazza ha confermato interamente questa versione durante il processo. A rigore di logica, L. averebbe dovuto essere fra i risarciti, non fra gli imputati.
Andiamo con ordine.
Le uniche relazioni di servizio esistenti sulle fasi dell’irruzione alla Diaz, ad opera di oltre 350 agenti, sono dei capisquadra del suddetto VII nucleo. Esse sono state redatte cinque giorni dopo i fatti. Nessun uomo degli oltre 350 operanti in altri reparti ha consegnato relazioni scritte. Eppure sarebbero obbligatorie, una loro eventuale mancanza sarebbe sanzionabile. Quanti altri capisquadra di altri reparti erano presenti? Nessuno lo sa, nessuno l’ha appurato. Ma c’erano? Probabilmente sì, per lo meno andava accertato.
Gli uomini del VII nucleo non sono nemmeno entrati tutti per primi all’interno della scuola, il loro soggiorno, se così si può chiamare, all’interno dell’istituto sarà durato in tutto meno di quattro minuti. 

Due momenti successivi dell’irruzione nella Diaz. Agenti equipaggiati  come se fosse previsto dovessero affrontare uno scontro di piazza

Il vicesovrintendente L., del VII nucleo, nella relazione di servizio, scrive come alle ore 22,45 venisse contattato dall’ispettore T. (altro condannato) del VII nucleo, per prepararsi con la sua squadra “a un servizio straordinario”. Diversi capisquadra e lo stesso comandante del VII nucleo Michelangelo Fournier tentano fino all’ultimo di opporsi alla decisione, senza alcun risultato. Gli agenti erano sfiniti dalla stanchezza, reduci da un numero spropositato di ore di straordinario effettuate nei giorni del G8. Quando arrivò l’ordine, avevano già indossato gli abiti civili, erano in totale relax. 

“CONTROVOGLIA”

A compiere la perquisizione furono avvisati oltre 350 uomini. I 67 del VII nucleo erano del tutto superflui. E trattandosi di un reparto specializzato nel contenere manifestazioni di piazza, non era nemmeno indicato per un’irruzione in un edificio. Non ci fu verso, il VII nucleo dovette rimettersi in moto.

Alle ore 23,30 il comandante del Primo reparto Mobile, Vincenzo Canterini, rivelava che il compito consisteva “nell’effettuare una perquisizione presso un istituto scolastico occupato da estremisti del movimento denominato Black bloc, molto pericoloso”. E’ più o meno la stessa spiegazione fornita a tutto il reparto, che quindi, nonostante l’usura fisica accumulata in un numero incredibile di ore di straordinario nei giorni del G8, si predispose a raggiungere l’obiettivo.  

Agenti in borghese con i” fratini” entrano alla Diaz. In totale  erano 350/400 agenti

Davanti al cancello dell’edificio, il vice sovrintendente L. riferisce, nella sua relazione tecnica, di assistere all’apertura forzata dello stesso e, successivamente, del portone dell’edificio. L. notava che ad aprire il portone della scuola era stato, dall’interno, un agente in divisa atlantica, la divisa estiva, composta da una camicia azzurra senza maniche.  Una volta all’interno, L. vedeva chiaramente la presenza di personale sia in divisa atlantica, sia in abiti civili con i “fratini” , il gilet  dove è scritto “polizia”.

il poliziotto aggredito da un collega

Il caposquadra si diresse quindi verso la prima rampa di scale, dove incontrò una persona dal volto coperto che prima gli lancia alcuni oggetti, poi se la dà a gambe. L. riesce a raggiungerlo e bloccarlo con “lieve colluttazione che non richiedeva uso di manganello”. Salito al primo piano, “notavo la presenza di personale della Polizia di Stato. Tra il primo e il secondo piano venivo aggredito da una persona di sesso maschile con un bastone e anche in questo caso, dopo una colluttazione, più cruenta della prima, lo scrivente bloccava il “malintenzionato”. Il vicesovrintendente L. nell’occasione ha sferrato una “manganellata” sull’arto inferiore della persona, poi bloccata verso la parete. Come appurato da un referto, il graduato esce dallo scontro con una distorsione al ginocchio destro.
“Al secondo piano – continua la relazione di servizio – vedevo personale della Questura, salivo al terzo piano e nel frattempo sento via radio l’ordine del comandante Fournier di riporre lo sfollagente, prontamente eseguito”. Fournier dice “baton”, si riferisce al tonfa in dotazione al suo reparto. Inoltre, ordinò di abbandonare subito l’edificio.

L. DIFENDE UNA RAGAZZA

Nel frattempo, L. era giunto al terzo piano. Qui, “oltre la presenza dei vari colleghi intenti ad entrare nelle varie aule, vedevo una ragazza impaurita dalla situazione”. La ragazza è Sara Gallo Bartesaghi, allora 21enne, di Lecco. Stava piangendo; “poiché non c’erano priorità operative”, L. l’avvicina, cerca di tranquillizzarla, le dice che devono scendere. Percorso qualche gradino, un agente in borghese rimasto sconosciuto tenta di manganellarla ripetutamente. Il vicesovrintendente la difende mettendosi in mezzo e si becca lui tre dei quattro colpi inferti. “Lo scrivente ha ricevuto tre “manganellate” sulla schiena e la ragazza una sulla nuca che le ha provocato una ferita dalla quale uscì sangue”. L. scrive che cercò di capire da chi fossero partiti i colpi, del tutto ingiustificati, del tutto illeciti e distribuiti a casaccio, tanto da finire sulla sua schiena, la schiena di un collega. L. riuscì solo a scorgere “una persona in borghese che indossava sul volto una kefiah, subito dileguata. Escludo che le manganellate siano state sferrate da personale del mio nucleo,” dotato di uno sfollagente diverso, facilmente riconoscibile, appunto il tonfa. Qui si chiude la relazione del vicesovrintendente.

E la testimone conferma

Questa versione è confermata interamente dalla Bartesaghi in sede d’interrogatorio davanti al giudice Anna Ivaldi. “Il fatto – scrive il giudice – viene riferito anche dalla ragazza in questione, BARTESAGHI (in maiuscolo nell’originale, ndr), che dichiara di essere stata colpita da manganellate (alla nuca, ndr) e da sputi, mentre un agente, evidentemente L., l’accompagnava a pianterreno. Dalla relazione dell’ispettore T., sempre del VII nucleo, un’altra conferma: “Vedevo L. che portava via una ragazza per non farla picchiare ancora”.
L’ispettore T., con il sovrintendente C., nelle loro relazioni, affermano che “non subirono, né videro atti di resistenza commessi da coloro che occupavano la scuola; videro invece personale della polizia colpire con lo sfollagente persone che non opponevano resistenza; in particolare, T. vide dei colleghi colpire con lo sfollagente alla rovescia (fa più male, ndr) e uno di essi trascinare per i capelli una ragazza, continuando a picchiarla” (1).
C. va ancora più in là , “appena entrato (con la sua squadra, ndr), vide un uomo anziano che si dirigeva verso di loro e che venne travolto dalla furia di operatori dei quali non conosce il reparto di appartenenza; giunto al terzo piano, notò operatori e altri accanirsi e picchiare come belve dei ragazzi, uno di questi era a terra in una pozza di sangue e non dava più segni di vita”. (2)

 LA VITTIMA PASSA PER CARNEFICE

Ogni tanto Vauro le azzecca

 
L. , vicesovrintendente, T. ispettore e C. sovrintendente, hanno raccontato di un contesto drammatico che non hanno potuto o non sono riusciti a impedire, esploso immediatamente, all’inizio e durante l’irruzione, sulla quale non esercitavano alcun controllo. I tre capisquadra hanno confessato, con evidente rammarico, di avere potuto impedire solo in minima parte le illegalità. E andrebbe anche apprezzato il fatto di essere stati gli unici a riferirle. La non partecipazione, il loro non coinvolgimento nei fatti contestati, la riprovazione nei confronti dei colleghi scorretti, è evidente. Nel caso di L., l’intervento a protezione di una ragazza volto a impedire le violenze è più che accertato, ribadito in tribunale dall’interessata. Eppure, hanno tutti e tre ricevuto condanne per concorso in lesioni, “commettendo il fatto direttamente o agevolando o non impedendo ad altri tale condotta, dolosamente eccedente i limiti del legittimo uso dei mezzi di coazione”. Ma i tre agenti in questione abbiamo visto che hanno fatto esattamente il contrario di cui sono accusati. La loro condanna a 4 anni e a un gigantesco risarcimento milionario, a cui mai saranno in grado di fare fronte, anche con la vendita della casa e la cessione di una parte dello stipendio, dipende unicamente dall’avere presentato una relazione di servizio. La relazione è infatti diventa una prova di avere partecipato all’irruzione, ergo ai pestaggi illeciti.
Esiste una nota espressione latina per rendere l’idea di questo risvolto della vicenda: summus ius, summa inuria. Il significato è ironico: si riferisce alle situazioni in cui si ottiene il massimo dell’ingiustizia ricorrendo al massimo del diritto. Evidente l’applicazione meccanica, totalmente acritica della legge. Ai tre agenti e soprattutto a L. non hanno nemmeno riconosciuto le attuanti.
 
Note
1 e 2: Atti di archiviazione degli episodi avvenuti alla scuola Diaz, 18.5.2003, gip Anna Ivaldi, pagina 6.
 



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