G8, PROCESSO AL PROCESSO / 4 – Il caso dell’ispettore Cenni –

troppo SCRUPOLO

Angelo Cenni è un ispettore di polizia in pensione.  La notte tra il 21 e 22 luglio 2001 era con il VII nucleo nella scuola Diaz di Genova.  Consegnò la sua relazione di servizio, come gli altri colleghi capisquadra, cinque giorni dopo i fatti. Nel testo della relazione appaiono uno per uno i nomi dei sei componenti la sua squadra; è descritto minuziosamente quello che gli agenti a lui affidati ed egli stesso hanno fatto dal momento in cui sono entrati nella scuola. E’ uno scrupolo che gli costerà caro al processo.

Spiega che, per diverse ragioni, fu tra gli ultimi a entrare.  Visto l’elevato numero di personale di polizia entrato prima di lui e impegnato sul posto, Cenni ritiene che la sua presenza non sia necessaria. Avrebbe dovuto ritornare all’esterno, ma per puro scrupolo decide di scendere nel sottoscala a verificare l’eventuale presenza di altre persone. Nella relazione, Cenni precisa che tutti i locali dello scantinato erano vuoti. Solo due porte, in ferro, erano chiuse a chiave.

Quest’ultimo particolare è molto importante perché scagionerà i 93 fermati dall’accusa di avere sfondato una delle due porte del sottoscala per prelevare il materiale del cantiere edile della scuola in ristrutturazione. Tra questo, grossi chiodi  arrugginiti e mazze, che avrebbero utilizzato o voluto utilizzare contro gli agenti mentre perquisivano la scuola. Il verbale della polizia ritiene i 93 fermati «responsabili di associazione per delinquere finalizzata alla devastazione ed al saccheggio in concorso tra loro». Tale materiale sarà poi mostrato ai giornalisti e alle telecamere il giorno dopo la perquisizione.  Per l’elenco completo del materiale sequestrato vedi qui. 

Il giorno dopo la perquisizione alla Diaz, la Questura di Genova presenta alla stampa e alle tv il materiale ritrovato all’interno della scuola. Eccolo nella foto. Tale materiale, secondo la versione della Questura, sarebbe servito ad aggredire le forze dell’ordine. Fra il materiale si notano attrezzi da lavoro presenti nella scuola a causa di un cantiere aperto per la ristrutturazione della facciata

Nella sentenza di archiviazione del procedimento a carico dei 93 fermati, il giudice Anna Ivaldi, trascriverà nell’atto quanto riferito dal Cenni per scagionarli dall’accusa.  Infatti, il materiale edile era rinchiuso all’interno di una delle due porte di ferro. Il verbale della polizia spiega che quel materiale era servito ad aggredire gli agenti mentre entravano nella scuola: «Alle 22,30 circa un contingente della Polizia» mentre transitava «in via Cesare Battisti, davanti alla scuola Diaz, veniva fatto oggetto di un violento lancio di oggetti contundenti da parte di numerose persone, verosimilmente appartenenti alle cosiddette “Tute Nere”», attuando «un tentativo di aggressione» agli agenti. Le Tute Nere non c’erano. Quindi quel materiale edile da chi fu prelevato, chi aveva sfondato la porta della stanza che lo contenevano?
Il particolare delle porte chiuse è stato riferito in modo identico anche da un altro capisquadra, C. L. sovrintendente. Il giudice Anna Ivaldi cita anche la sua relazione per scagionare i 93 accusati. 

due TESTIMONI chiave

Secondo la testimonianza di Luigi del Papa, responsabile del cantiere, “avevamo diverso materiale che era stato lasciato in un’aula chiusa a chiave. Quando ci venne restituita la scuola constatai che mancavano gli oggetti che ho poi visto in televisione; la porta era sfondata, così come le altre. La testimonianza del titolare dell’impresa edile Sergio Gaburri afferma: “La ditta di cui ero socio, stava provvedendo a lavori di ristrutturazione della scuola Diaz Pertini. Quando la scuola venne consegnata ai manifestanti, vi era parte della nostra attrezzatura; tutti gli attrezzi erano stati riposti in un vano, che venne chiuso con lucchetti. Quando mi venne riconsegnata la scuola, constatai che la porta era sfondata e che mancavano diversi attrezzi che ho poi elencato in una lista.
In base agli elementi probatori acquisiti, non è possibile accertare se la porta di tale vano sia stata forzata ed aperta dagli agenti nel corso della perquisizione. La relazione di Cenni, dunque, confemata da C. L. fu presa seriamente in considerazione perché affermava che le porte in questione, al momento dell’intervento, erano chiuse.
Eppure, l’ispettore Cenni, insieme ad altri sei capisquadra, compreso il sovrintendente C. L., è stato condannato a quattro anni di detenzione, di cui tre condonati, per lesioni gravi aggravate in concorso, per non avere impedito le violenze.

 CONTRADDIZIONI E SUPERFICIALITÁ

La contraddizione è evidente. Da una parte si accusa un ispettore e un sovintendente di avere partecipato alle aggressioni contro i 93 fermati. Dall’altra si usa la loro testimonianza per scagionare questi ultimi dall’accusa di avere sfondato le porte di ferro per reperire materiale da usare contro la polizia. In altri termini, Cenni, con scarsa lungimiranza, avrebbe contribuito a determinare la propria condanna definitiva negando un passaggio importante del castello di false accuse. Se fosse stato più accorto, anche per ragioni di autodifesa, Cenni sarebbe stato zitto, avrebbe negato di avere veduto quelle porte chiuse o avrebbe evitato di scrivere di essere sceso nello scantinato. Il verbale dell’ispettore fu redatto cinque giorni dopo i fatti, quindi dopo la conferenza stampa avente per oggetto i ritrovamenti di oggetti contundenti che sarebbero stati utilizzati contro la polizia.

Una delle due bottiglie molotov rinvenute insieme al materiale trovato alla Diaz. Le molotov non appartenevano agli occupanti

Esso smentisce de facto la versione fornita dai vertici della polizia, in quei giorni impegnata a costruire un castello accusatorio del tutto inveritiero, come anche la vicenda del presunto ritrovamento delle due bottiglie molotov ha rivelato.

I pm e i giudici del processo non si sono accorti della palese contraddizione con la versione di Cenni, confermata da C. L., non hanno minimamente pensato che se la versione dei due agenti contrasta con le tesi accusatorie nei confronti dei 93 fermati, è perché sono estranei agli illeciti. Non è venuto in mente che al graduato, accusato di pestaggi illeciti, sarebbe mille volte convenuto autodifendersi distorcendo la realtà dei fatti, dichiarando per esempio che quelle porte erano state aperte o sfondate.
Il caso di Angelo Cenni e del suo collega si connettono direttamente alle altre due vicende di cui abbiamo dato conto, riguardo gli agenti Panzieri ed M. N., nonchè del sovintendente L.  Leggi qui e qui. Sono particolari che rivelano come sia stata raggiunta la condanna dei sette capisquadra, condannati per lesioni senza prove, solo per avere redatto i verbali di loro competenza. Quei verbali, come abbiamo rilevato in altri articoli, sono stati citati come prova della loro presenza alla Diaz, quindi come prova di colpevolezza. Senza che fossero ricercati i veri colpevoli.

 




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