L’ISOLA DEGLI INVERTITI

“L’ISOLA DEGLI INVERTITI” MODELLO HIMMLER-BOCCHINI

Un argomento che cinema e tv sembrano ancora immaturi per trattarlo seriamente: la repressione in stile nazista della “perversione” in Italia, ai tempi del fascismo e un po’ anche dopo. Per fortuna c’è il teatro…

Francesco Giannotti in “L’isola degli invertiti”, di Antonio Mocciola

C’è un film con un grande soggetto che, da anni, non si riesce a realizzare: l’imprigionamento per omosessualità in Italia durante il fascismo. Non è un tema che interessi i produttori, tantomeno Rai e Mediaset, che poco lucidamente si sono dimenticati dell’Oscar a Guadagnino per Chiamami col tuo nome.  Sarebbe una pellicola di forte richiamo, sia nazionale, sia internazionale. Anche nel mondo del teatro sono sempre mancati fondi per una degna messa in scena di tale soggetto, ogni tanto c’è qualche volonteroso che con mezzi limitati cerca di riproporlo, in modo che non si dimentichi un passato capace di tornare. E’ il caso di questa “Isola degli invertiti” di Antonio Mocciola, che debutterà il 28 luglio al Napoli Teatro Festival (Palazzo Reale, giardino romantico). 

l’antefatto storico

Qualora non vi fosse stata una guerra e la sconfitta dell’Asse, il destino di molte categorie di persone sarebbe stato allucinante per decenni, in Italia e in Germania. Ebrei e omosessuali in primis. Tuttavia, se non altro, contro gli ebrei c’erano delle leggi razziali, orrende finché si vuole, ma leggi dello Stato. Contro gli “invertiti” di leggi in Italia non se n’è mai vista l’ombra fin dai tempi dell’Unità.  Durante il fascismo si andava in carcere o al confino in base a una semplice segnalazione di “perversione” scritta dal Questore. Non furono molte le Questure a utilizzare un simile sistema repressivo, la Questura di Catania in particolare si distinse sopra le altre, vedremo perché. Certo non perché il fascismo non ci credette, tutt’altro, ma solo perché si era agli esordi di questo tipo di applicazione della repressione.

Un momento de “L’isola degli invertiti”

Nella Germania nazista esisteva una legge, nota come paragrafo 175, che condannava l’omosessualità a cinque anni di carcere. Era un reato tout court.  Erano state le due chiese, cattolica e luterana a volerla fortemente e Hitler per farle contente le approvò (cose che si tende a dimenticare con troppa facilità). O meglio, Hitler rinnovò quelle esistenti, che la repubblica di Weimar stava abolendo nonostante le chiese contrarie, inasprendo le pene. Per approfondire vedi alla voce: paragrafo 175. 

In Italia, a differenza della Germania, che cominciò a spedire nei lager centinaia di omosessuali e a scherarli, fino all’impressionante numero di 100mila, non rimanevano  che le leggi contro la morale, per la cui applicazione si ricorreva ai referti di figure grottesche, medici compiacenti il cui compito era sostanzialmente misurare il diametro dell’ano, come consigliato da uno “scienziato” francese nel secolo precedent. A far  applicare simili provvedimenti furono il capo delle SS Heinrich Himmler in Germania e, molto probabilmente, Arturo Bocchini, capo della polizia italiana dal 1926 al 1940.

Gerarchi fascisti e nazisti presenti ai funerali di Arturo Bocchini, tenutisi a Roma il 21 novembre 1940. Si riconoscono, da sinistra a destra: Karl Wolff, Reinhard Heydrich, Adelchi Serena, Heinrich Himmler, Emilio De Bono, Rodolfo Graziani, Hans Georg von Mackensen

la collaborazione col nazismo

I due erano molto amici e mantenevano stretti rapporti, si vedevano di frequente, non fosse che per la repressione delle opposizioni e per attuare le rispettive leggi razziali, rendendo  contento Mussolini di questa speciale collaborazione italotedesca. Quando Bocchini morì improvvisamente nel 1940 (per indigestione di aragoste, pare), giunsero da Berlino per i funerali sia Himmler, sia Heydrich con il Gotha della polizia germanica. Prove dirette di un interessamento del Bocchini in campo repressivo omosessuale non ce ne sono ma molte cose conducono a lui.

Le isole Tremiti divennero un carcere particolare (tra gli altri) per decine dei circa 300 omosessuali individuati in Italia e confinati. Alle Tremiti finivano buona parte dei provenienti dalla Questura di Catania. Perché Catania? Perché nella provincia c’era Taormina, nota sede d’incontro internazionale della società altolocata  e anche di omosessuali  aristocratici o più o meno danarosi. Tuttavia, anche se non è mai esistita una direttiva centrale, nelle Questure di tutta Italia si stava imparando a individuare gli omosessuali, a interrogarli con metodi umilianti e a caricarli di accuse in modo da condurli all’arresto senza processo. E senza campagne omofobe. Senza far rumore, quasi alla chetichella.

la versione di mocciola

Un momento de “L’isola degli invertiti”, l’interrogatorio

Sta di fatto che se 300 circa finirono al confino o nelle carceri, altre centinaia, forse migliaia, fra gente umile e classi colte, furono ammoniti e minacciati dalla polizia fascista. Anche durante la guerra. Infatti, non è vero quanto si ritiene, che la repressione cessò con gli eventi bellici: fu crescente per tutta la durata del regime, cessò improvvisamente solo con la sua caduta il 25 luglio 1943. E  in Germania il paragrafo 175 rimase in vigore anche dopo la guerra, i triangoli rosa non furono liberati. La legge rimase in vigore fino agli anni ’70, applicata a un migliaio di persone.

Tutta questa storia, così straordinaria, non trova, nonostante diversi tentativi di sceneggiatura, alcuno spazio nel cinema e nel teatro. Salvo in questo secondo caso rappresentazioni contenute e volonterose.  Antonio Mocciola, da sempre attento a tematiche sociali, specie nel campo dei diritti civili,  ha ricostruito vicende che non è bene seppellire nel tempo. La storiografia ha cercato di cancellarle con la complicità degli stessi protagonisti di questo “olocausto bianco”. “Complici” perché travolti dalla vergogna e desiderosi solo di essere dimenticati. Nasce così “L’isola degli invertiti”, epiteto con cui, insieme a “pederasti”, venivano bollati gli omosessuali, ma anche i sospettati di esserlo. Torna alla luce, con uno spettacolo teatrale duro ed originale, un’Italia beghina ed ipocrita, terrorizzata dal “diverso” e così lontana da quella odierna.

Diego Sommaripa e Tommaso Arnaldi in “L’isola degli invertiti”

quando il carcere “rende liberi”

Sottoposti a interrogatori e perquisizioni umilianti, dove le espressioni più carine sono: “E girati invertito, vergogna della razza”, “sei proprio una femmina” eccetera, s’ intrecciano le vicende di Modesto e Vito. Sono due personalità opposte: fascista convinto, padre di due figli, represso e violento l’uno, sarto esuberante, gioviale, risolto nei propri gusti, e felicemente effeminato l’altro. Si conosceranno in una sala da ballo, scoccherà la scintilla, ma dopo una delazione si troveranno entrambi prima in Questura. Saranno sottoposti a varie umiliazioni e poi destinati alle Tremiti, dove  paradossalmente saranno se non altro essere finalmente liberi di essere se stessi.

Diego Sommaripa, attore

 “Isola degli invertiti” di Antonio Mocciola, debutterà il 28 luglio al Napoli Teatro Festival (Palazzo Reale, giardino romantico). Con gli attori:  Francesco Giannotti, Diego Sommaripa e Tommaso Arnaldi e la regia di Marco Prato. 

Tommaso Arnaldi, attore

 

Francesco Giannotti, attore

Per chi volesse approfondire la conoscenza dell’argomento c’è l’interessante  ricerca di Gianfranco Goretti e Tommaso Giartosio, “La città e l’isola – omosessuali al confino con l’Italia fascista”, ed. Saggine




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