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«D’Annunzio vobis»: questo è il Vate autentico. E vi sorprenderà

TEATRO /  Un testo di Antonio Mocciola per una rosa di personaggi rotanti attorno a uno del massimi poeti della letteratura italiana, al tempo stesso uno dei peggio compresi, deformati, neutralizzati. Il Vate non è stato antesignano del fascismo, anzi, resta un maestro della scuola libertaria 

Alessio Palumbo e Salvatore Iermano

Meglio intendersi subito sulle intenzioni: Gabriele D’Annunzio è un poeta-Vate ancora valido oggi, moderno e attuale in pieno XXI secolo inoltrato, giunto ormai a un quarto del percorso.  Chi si è assunto il compito di riproporlo in tale veste nella settimana in cui è nato (precisamente il 12 marzo 1863) sono quattro persone con un futuro garantito: Antonio Mocciola, drammaturgo, Alessio Palumbo, attore e Giorgio Gori regista e infine, modestamente, lo scrivente, l’unico non artista, in quanto studioso della storia targata XIX, XX e XXI secolo.  D’Annunzio è giusto il Vate a cavallo dei tre secoli evocati; l’operazione moccioliana andata in scena al Tram di Napoli mira appunto a toglierlo dalla muffa delle aule scolastiche, il peggior castigo che potesse subire per il Vate, mummificato in un sarcofago di legno, reinventato in una innocua dimensione ovattata e tranquillizzante, schifosamente piccolo borghese, quello, in sostanza, che non si schioda dalla Pioggia nel pineto e dei pastori di Settembre, “decadente” ed “eccentrico”,  “erotomane” ed “esibizionista”, soprattutto prefascista, antesignano del regime. D’Annunzio vobis (c’è ancora chi apprezza il latino invece dei “for you”, dei “D’Annunzio’s story”, “D’Annunzio’s life”, l’inglese dei nuovi analfabeti) è appunto l’annuncio di chi fosse veramente: mediamente, un amante rivoluzionario, malgrado qui sia ripreso in uno spaccato impietoso, quando età e cocaina a chili gli stiano compromettendo salute e facoltà mentali.

Antonella Formisano

Nel D’Annunzio mocciolinano troviamo il precursore dell’Italia post fascista, troviamo – a sorpresa – il Gabriele queer che coabita con donne e uomini diversi in ogni senso (vedi QUI per approfondire), il maestro delle Costituzioni liberali che scrive ed emana la Carta del Carnaro, un monumento già 100 anni fa al libero amore (gay ed etero), alla giusta paga sindacale mentre infuriava il biennio rosso, al naturismo e al nudismo liberi, alla libertà assoluta di parola scritta e a voce, al libero culto religioso, decisamente democratico, antirazzista, anticlassista, anticlericale…  altro che precursore del fascismo! La Carta del Carnaro firmata e riscritta da lui nel 1920 è un’anticipazione della Costituzione del 1948, i nostri padri costituenti quella lista di istanze libertarie la conoscevano più che bene. Questo è il vero D’Annunzio, purtroppo del tutto oscurato nelle scuole. Non c’è spazio per il becero nazionalismo fanatico, al contrario il poeta Vate punta a un internazionalismo libertario. Ecco perché Vate ancora oggi.

Nel lavoro teatrale firmato Mocciola, D’Annunzio è interpretato da uno straordinario Alessio Palumbo. in grado di passare disinvoltamente dal ruolo di seduttore mitico a quello dell’anziano cocainomane perduto. La vita del poeta è reinventata, i personaggi sono creati per essere messi a disposizione per consentire dei flash-back e agevolare l’incredibile narrazione biografica, anche ideologica. Nella splendida villa di Gardone, il Vate ospita in casa un servitore ex combattente, chiamato Crocifisso perché reso muto dalla guerra e raccolto gravemente ferito: sarà tradito da lui. Coabita in via provvisoria anche l’aviatore guardia del corpo di Fiume il tenente Guido Keller, noto non solo per le imprese eroiche, ma per essere un amante di nudismo praticato ovunque, anche nel giardino della caserma in guerra e a Fiume al porto con i suoi legionari sui quali non si è mai investigato abbastanza.

Mattia Sorrentino e Alessio Palumbo

Un giovane ballerino, bellissimo, vagamente effeminato, di belle speranze, di nome Alberto Spadolini, viene a fargli visita: persona veramente esistita, divenuto un celebre scenografo a Parigi e successivamente una spia alleata. Qui in realtà ha uno scontro col Vate, il quale prende in giro il ragazzo imponendogli di posare come modello di nudo eroico, con tanto di alloro per le pudenda genitalia ed elmetto. Ci sono Isadora Duncan,  “la madre della danza moderna” che il Vate sposerà per finta e la ballerina saffica Ida Rubistein, assunta nel ruolo maschile di San Sebastiano dieci anni prima, apparentemente per creare e gestire pubblicitariamente un grosso scandalo ma forse perché era ricchissima e gli ha finanziato le spese dello spettacolo, ben grosse anche quelle.

Gli fa visita Tommaso Marinetti che lo prende a male parole per essersi messe le pantofole invece di guidare la rivoluzione da tanti in Italia sperata ma che sarà invece strumentalizzata da Mussolini, mentre ha un secondo scontro, con l’odioso figlio Gabriellino, un cialtrone. E’ il muto Crocifisso a fare da passe-partout, lo si vede sbucare a ogni quadro col suo vassoietto e indosso solo un perizoma, uno schiavetto “egiziano” giusto per sottolineare il suo ironico voler essere preso seriamente nell’aspirazione a divenire un principe, cosa che peraltro diverrà veramente per nomina del re (da cui era adorato e a cui rimase sempre legato).  Il quadro nel complesso è giust0 appunto il suo mondo queer ante litteram, descritto dalla regia magica di Giorgo Gori, il quale meriterebbe un premio per come ha saputo amalgamare materiare umano e attoriale tanto ampio, complicato e discontinuo. Alla fine, come noto, il fascismo ruberà al Vate libertario tutto l’immaginario patriottico, portando il Paese al macello. Come previsto dal Vate, del resto, notoriamente critico severo nei confronti di Hitler. Soprattutto, in D’Annunzio vobis il poeta non mancherà di esprimere tutto il suo disprezzo per il fascismo e il suo duce, ma non ha più forze per rintuzzarlo, come solo lui avrebbe potuto.

Nell’ordine: Andrea Cancelliere, Crocifisso; Antonella Formisano, Ida Rubistein; Salvatore Iermano, Guido Keller; Antonio Mocciola, Autore; Alessio Palumbo, il Vate; Mattia Sorrentino, Alberto Spadolini; Manuela Ippolito, Isadora Duncan; Marco Cacciapuoti, Marinetti (il 7 e 8 marzo); Giovanni Bianco, Gabriellino;  Raffaele Uliano, Marinetti (il 14 e 15 marzo, assente in questa foto)

Regia di Giorgio Gori; musiche originali Francesco Di Maso;  aiuto regia Barbara Lafratta; ricerche storiche Roberto Schena

In scena al Teatro Tram di Napoli il 7 e l’8 e il 14 e 15 marzo

via Port’alba 30,  Napoli – whatsapp 342 1785 930 – email info@teatrotram.it

 




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