VENEZIA, IL CENTENARIO DEI SETTE COMUNI AGGREGATI
Durante gli anni 20, Venezia “divorò” il territorio circostante sulla terraferma, annettendosi Chirignago, Favaro, Mestre con Porto Marghera, Murano, Pellestrina e Zelarino. A imporre la soluzione è Giuseppe Volpi, personalità di peso nel fascismo, con ingenti interessi nell’operazione
Venezia, esattamente 100 anni fa, si è ingrandita annettendosi i territori vicini contro la volontà popolare. Non è avvenuto passando per una procedura democratica, ma per Regio Decreto calato da Roma. Come altre città italiane nel 1926, il neoregime fascista ha progressivamente annullato l’autonomia di comuni storici e importanti – tra cui Mestre, Murano e Burano – inglobandoli forzosamente, tra gli anni Venti e Trenta del Novecento. Questo processo portò alla soppressione tout court di sette comuni, senza il consenso dei residenti, per volere del regime fascista e sotto la sua regia. Mestre e Murano, in particolare, pur essendo da secoli orgogliosi comuni autonomi venneto ridotti al ruolo di semplici “quartieri” amministrati da Ca’ Farsetti. Oggi Mestre è ben più popolosa della stessa Venezia (rispettivamente di 180 mila e di 48mila abitanti), ma è amministrato da una municipalità senza alcun potere decisionale. Le conseguenze sono state parecchie.
Ne parla un libro-inchiesta, “Antichi borghi di città”, scritto da un giornalista, Roberto Schena che si occupa di patrimonio comune degradato nelle aree metropolitane. Il capitolo riguardante la Serenissima, analizza in modo critico e approfondito la nascita della cosiddetta “Grande Venezia”, avvenuta nella prima parte del Novecento e le sue conseguenze politiche, sociali, urbanistiche e ambientali, concentrandosi in particolare sul rapporto squilibrato e conflittuale tra Venezia e Mestre. Al centro della vicenda sta la figura di Giuseppe Volpi, imprenditore e uomo politico di primissimo piano, considerato l’artefice principale di una strategia di espansione territoriale e di potere che l’autore definisce, senza mezzi termini, una forma di colonialismo interno.
La figura di Giuseppe Volpi (1877–1947) è centrale. Fascista “atipico”, grande finanziere e imprenditore, è ricordato a Venezia come “l’ultimo doge”. Fu promotore di iniziative culturali di enorme rilievo – come la Mostra del Cinema e la Biennale d’Arte – e contemporaneamente il principale artefice dell’industrializzazione della terraferma con la creazione di Porto Marghera. La sua abilità politica gli consentì di muoversi con grande autonomia rispetto al regime, lasciando a Venezia spazi culturali insolitamente liberi per la borghesia dell’Italia fascista.
Durante la Prima guerra mondiale, Mestre fu trasformata in una gigantesca retrovia militare: da città di 30.000 abitanti dovette ospitare fino a 40.000 soldati, adattando ogni spazio urbano alle esigenze belliche, con forti sacrifici imposti alla popolazione civile. In questo contesto, Volpi e il cosiddetto “gruppo veneziano” – una rete di industriali, finanzieri, aristocratici e politici – iniziarono a progettare l’idea di una Grande Venezia, consapevoli dell’ostilità che simili fusioni avrebbero suscitato.
Il passaggio decisivo avviene nel 1917, quando, approfittando della guerra e della distrazione dell’opinione pubblica, il gruppo ottiene il distacco di Porto Marghera da Mestre e la sua assegnazione a Venezia, senza neppure avvisare mpreventivamente il sindaco di Mestre. Si tratta di un’operazione enorme: Mestre perde il 50% del proprio territorio comunale, pari a circa 20 km². Il sindaco Carlo Allegri protesta vivamente per il modo di agire, definendolo per quello che era, “ingiusto, incostituzionale e incomprensibile”, in altri termini predatorio e illiberale. Le proteste del sindaco mestrino sono ignorate e Venezia ottiene il controllo esclusivo dello sviluppo dell’area industriale dove lo stesso Volpi possedeva, in mezzo al nulla, una centrale termoelettrica.

Grazie a decreti governativi estremamente favorevoli e senza precedenti, Porto Marghera diventa in pochi anni uno dei più grandi poli industriali d’Europa, fondato su forti agevolazioni fiscali (1), una vera e propria evasione fiscale legalizzata basata su esenzioni fiscali decennali, sgravi doganali, contributi statali per opere infrastrutturali (canali, ferrovie), energia e manodopera a prezzi agevolati. I comuni dell’entroterra che di lì a poco sarebbero stati annessi, fornivano manodopera a basso costo. L’obiettivo economico di Volpi è chiaro: alimentare la produzione energetica della propria società (la SADE) e attrarre quante più industrie possibile. Una motivazione strategica, inoltre, era anticipare la futura concorrenza di Trieste nel dopoguerra.
Negli anni 1923–1927, sotto il pieno controllo del fascismo, il progetto si completa: vengono aggregati forzatamente a Venezia Pellestrina, Murano, Burano, Favaro, Chirignago, Zelarino e Mestre. A quest’ultima era appena stato concesso il titolo onorifico di “Città del Regno”, semplice contentino simbolico per placare la popolazione. Poco dopo, Mestre viene comunque soppresso come comune autonomo.

Le reazioni sono diverse: Mestre non nasconde la sua disapprovazione, Murano protesta con forza, mentre altri comuni, soprattutto quelli economicamente più deboli come Burano, accettano l’annessione per gravi necessità finanziarie. Murano, forte della propria identità storica secolare, vive l’aggregazione come un affronto gravissimo e organizza clamorose manifestazioni nonostante la repressione fascista. Con l’abolizione dei comuni e l’introduzione dei podestà, Mestre perde ogni forma di autodifesa politica e urbanistica. I piani regolatori elaborati durante la sindacatura di Allegri, vengono bloccati o ignorati, lasciando la città esposta a speculazione edilizia, crescita disordinata e degrado. Nel dopoguerra, nonostante la fine del fascismo, la situazione non viene corretta: per decenni Mestre resta senza un vero piano regolatore, mentre cresce fino a superare i 180.000 abitanti.

“Antichi borghi di città” propone un utile confronto con quanto avvenuto in Italia in altri borghi di città: ovunque sono diventati periferie, spesso in non buone condizioni: Milano, dove una buona metà della rete formidabile di borghi è andato distrutto; Napoli, come Genova, anche in questo caso i borghi (qui si chiamavano casali) sono intatti; Reggio Calabria, bellissima anche nell’entroterra degli ex comuni rurali; Bari, dove si verifica un’autentica predazione delle risorse dei comuni vicini e infine L’Aquila, “gonfiata” di comuni e territori per fare concorrenza a Pescara solo perché il toponimo richiama l’uccello preferito dal fascismo. Nello stesso tempo, il libro segnala le emergenze da salvare, parti di città storica periferica trascurate dall’eliminazione delle amministrazioni. Infatti, ai due tipi di degrado delle periferie, quello post industriale e quello abitativo-popolare, si aggiunge un terzo tipo di degrado, quello degli antichi centri sorici annessi senza attenzione.

Il capitolo dedicato a Venezia non manca di sottolineare le conseguenze ambientali dell’industrializzazione di Marghera: per decenni, senza depuratori, enormi quantità di sostanze tossiche vengono scaricate nella laguna, provocando un disastro ecologico di lunga durata. Considerando che si trattava pur sempre del mare chiuso, lagunare, di Venezia, una maggiore considerazione del contesto ambientale avrebbe potuto mitigare l’impatto, ma in epoca di dittatura non è semplice manifestare dubbi al ras di turno, soprattutto se si sopprimono consigli comunali, gli unici autorevolmente autorizzati a esprimere pareri avversi. Allo stesso tempo e per la stessa ragione, il boom economico porta alla distruzione sistematica del patrimonio storico mestrino, con la demolizione di ville, parchi, edifici e scorci urbani di grande valore, trasformando Mestre in uno dei luoghi più brutti e cementificati d’Italia.

Nel capitolo finale si affronta il tema dei referendum per la separazione di Mestre da Venezia, svoltisi tra il 1979 e il 2019. Nonostante cinque consultazioni, tutte falliscono per scarsa affluenza o per la netta prevalenza dei “no”. L’autore Roberto Schena spiega questo esito con l’atteggiamento dei partiti politici, che nel dopoguerra non misero mai in discussione l’assetto imposto dal fascismo alle grandi città beneficiate gratuitamente dalle annessioni, privilegiando enti amministrativi inefficaci come la Città metropolitana e alimentando la trasformazione delle ex città autonome in periferie spersonalizzate e prive di governo reale.
In conclusione, il testo restituisce una lettura fortemente critica della Grande Venezia: un progetto che ha arricchito il centro storico e il prestigio culturale della città lagunare, ma che ha prodotto inermi periferie, degrado urbano, disastri ambientali e la perdita irreversibile di autonomie storiche, con Mestre come caso emblematico e simbolo di una ferita ancora aperta.

“Antichi borghi di città” narra dunque le vicende di una cinquantina di periferie, tutte nate da ex comuni aggregati, tutte con pesanti problemi di degrado ma anche espressioni di grandi bellezze. Riporta come sottotitolo Indagine nei centri storici delle periferie, condotta a un secolo esatto dalle aggregazioni. Può essere considerato un’opera flâneuer, una ricerca effettuata per strada dell’identità dei luoghi, in grado di trasformare la passeggiata in osservazione della modernità, arte e racconto. Sono descritte in particolare tutte le periferie di Bari, Napoli, Reggio Calabria, Milano, Genova, Venezia e L’Aquila, ignorate dalle accademie. Un lavoro che non ha precedenti e dovrebbe essere preso seriamente in considerazione dalle municipalità.
Roberto Schena, Antichi borghi di città, Indagine nei centri storici delle periferie, Ed. Magenes, 2026, 25 Euro, può essere chiesto in libreria, se non lo si trova il libraio può ordinarlo su prenotazione, oppure richiederlo on line.
Note
- Regio Decreto n. 1195 del 23 luglio 1917.