IL DESERTO ADDOSSO SOGNANDO LAMPEDUSA
Un ragazzo senza nome (attore: Mario Iermano), abbandonato fra il deserto e il mare, prova a bussare alla porta dell’Occidente. Non ha assolutamente nulla con sè, se non il proprio corpo e i propri inservibili ricordi. Ancora un testo di Antonio Mocciola dedicato a un detenuto
di Roberto Schena
La foto grande: barca di immigrati ribaltata al largo di Lampedusa nell’agosto del 2025. I morti accertati furono 27.
Raramente il teatro si occupa di far parlare dei detenuti. Ha spesso mostrato dibattimenti processuali, ma il condannato è materia più difficile da vedere per il pubblico e da trattare per gli autori. Antonio Mocciola studia in prevalenza personaggi noti, intellettuali capaci di andare controcorrente, regicidi falliti, poeti e attori maledetti, ma non ha mai finito di trattare degli ultimissimi della Terra, siano detti dettenuti avanzi di galera o tipi da manicomio. Un ricco repertorio di testi moccioliani è dedicato a chi è già condananto, esattamente il punto della sua dramamturgia di cui può andare fiero.

Ora, con “Deserto addosso – Sognando Lampedusa”, titolo che apre già lo scenario, è la carne di un anonimo prigioniero, di un giovane algerino che non ha nulla alle proprie spalle, nemmeno una storia da raccontare. Possiede solo ricordi di famiglia. Il suo corpo, a cui ha dato vita il 24enne attore Mario Iermano, appare sulla scena privo di indumenti, quelli che aveva erano le uniche cose che possedeva; gliele ha portate via in parte la corrente marina, e il rimanente le guardie. Questo corpo che non ha niente e di cui non si riesce a capire neppure il nome, è come se fosse pronto per una visita medica mirata ad accertare se sono buone braccia per l’agricoltura o per il cantiere, null’altro, ma questo Muhammad qualsiasi è meno di niente, o quasi niente. Ha una sola speranza: passare la visita e ricominciare una vita. Non vedrà l’ombra di un dottore. Eppure è un personaggio di altissimo significato, è un uomo di grande eccellenza: lui, il niente, è la Storia, lui è più grande dell’intellettuale che può descriverla come studioso, lui è la massa dei lavoratori stranieri che non lascia tracce individuali, ma grandiose prove collettive. Muhammad-Iermano ci prova a dire chi è, che cosa vuole, che cosa può dare.
E’ la voce del deserto e del mare che diventa sabbia, è la voce di coloro che sprezzanti forcaioli accusano di essere “false risorse”. Muhammad-Iermano trasmette tutta l’angoscia di essere nudo: “Tre giorni nudo, a sudare la vergogna di essere diventato povero due volte. Una volta ad Algeri, perdendo i soldi. E una volta qui, perdendo l’onore. Avete vinto… sono nudo… sono sporco… non sono più niente. Siete contenti ora? Sono diventato… polvere”. Cerca un patetico contatto col carceriere che lo guarda oltre le sbarre: “Il sole è un carnefice, guardia. Non è quello che vedi tu in spiaggia. È una bestia che ti mangia il cervello. Ho visto compagni di viaggio impazzire nel deserto – continua il prigioniero – . Si toglievano i vestiti, proprio come me ora, ma lo facevano perché credevano che la sabbia fosse acqua. Nuotavano nelle dune fino a morirne. E io dovevo camminare. Camminare sopra i loro sogni secchi”. La chiamano anche Lampedusa.
Il testo sembra un poema, dice tutto quello
che il pubblico medio occidentale non vuole sentire
Va detto che il personaggio non sarebbe così riuscito e così coinvolgente se non vi fosse la formidabile immedesimazione di Mario Iermano, scugnizzo ribelle e genuino che si muove con grande autonomia attoriale, capace di 300 facce diverse, l’intera gamma del triste e del gioioso, anche se quando sorride è solo perché rievoca. Nella sua nuda solitidine, rievoca pezzi di vita passata, che raccontati in questa circostanza aprono semmai un deserto di malincomia che travolge il cuore dello spettatore. Il testo di Mocciola è semplicemente meraviglioso, sembra un poema, dice tutto quello che il pubblico medio occidentale non vuole sentire, lo commuove proprio là dove sospetta che Mocciola voglia andare a toccare. Mocciola-Iermano lo obbliga a guardare dentro la propria umanità, se ne ha, ma al tempo stesso lo obbliga a vigilare su se stesso affinché non diventi anch’egli quel mare e quel deserto mostruoso e che in parte é già. Nel scendere verso l’abisso, narra lo spavento dei tanti dispersi in mare o nel deserto: espone la loro storia, ossia narra la Storia.
E’ inutile, il teatro di Mocciola è fatto per persone e attori sensibili e soprattutto per bene, dall’animo ostinatamente attento e delicato, gentile e civile. Può convincere gli incerti, coloro che, indottrinati dai presunti pericoli che corre la patria con l’immigrazione irregolare, faticano a capire che i Muhammad et similia sono gli unici in grado di salvare il Bel Paese con tutto il suo prezioso carico.
Per seguire le programmazioni del teatro di Antonio Mocciola consultare la sua pagina di Facebook.
