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GABRIELE D’ANNUNZIO, IL PRIMO “QUEER” DEGLI ITALIANI

Dal laboratorio di “D’Annunzio Vobis”, emergono le due anime del Vate: l’eroe della destra pro libertà sessuale (anche omo) e le idee liberal-socialiste. I nazionalisti adoravano solo le sue spettacolari imprese militari, il resto lo ignorano, soprattutto oggi fingono di non conoscere la vera personalità, libertina e libertaria 

Gabriele D’Annunzio, il Vate della destra, è anche il primo queer degli italiani. Chiariamo subito il concetto: si è “queer” quando non ci si sente rappresentati dalle categorie esistenti o perché si rifiuta l’idea di essere bollati da un’etichetta, in specie se riguarda l’identità sessuale. Ecco, D’Annunzio (1863-1938) appartiene in pieno a quest’ultima specie. È eterosessuale, ma va pazzo per l’omosessualità femminile e osanna, ammira, incoraggia quella maschile.

Gabriele D’Annunzio a 17 anni sulla spiaggia di Francavilla al Mare, 1880 

Ci scrive sopra Il martirio di San Sebastiano, divenuto un caposaldo della neonata cultura gay mondiale per tutto il XX secolo, dove fa di Sebastiano il santo del messaggio omosessuale segreto e profondo. A Fiume, la Disperata, il cosiddetto “battaglione sacro di Tebe” con soldati amanti, capitanato da Guido Keller, noto naturista, gli fa da scorta. D’Annunzio, in mezzo ai gay quando ancora non si chiamavano così, si diverte e ci sguazza. E la “Costituzione del Carnaro” non sancì forse la totale libertà sessuale, prima nel mondo? Il celeberrimo poeta afferma più volte che la sua condizione più felice è la relazione à troi, con due donne. E non solo. Il Vate degli Italiani declama apertamente gli effetti benefici dell’orgia: non c’è nulla di meglio di un’orgia con un mucchio di gente: «Fiaccate il corpo, esauritelo con l’orgia, con la mancanza di sonno – poi, su questa orribile stanchezza versate il vino possente. Effetti meravigliosi». Parole sue. Lo scrive nei diari e nelle lettere. Insomma, più queer di così si muore.

Questa rilettura del Vate degli Italiani è scaturita spontanea durante la fase delle ricerche storiche sul personaggio, collaborando con Antonio Mocciola mentre sta scrivendo i dialoghi del “D’Annunzio Vobis”,  previsto per il prossimo marzo, precisamente il 7, 8, 14 e 15 del 2026 al teatro Tram di Napoli.

Maria Hardouin

D’Annunzio inizia presto fare “disordine creativo” nella sua vita. Da adolescente capeggia una rivolta contro la minestra servita al refettorio del collegio. A 16 anni frequenta abitualmente i casini di lusso di Pescara, ed è proprio in uno di questi che ha il suo primo rapporto. Per potersi pagare le prestazioni ha venduto l’orologio regalatogli dal nonno. A 17 si fa fotografare completamente nudo in spiaggia. La posa è scherzosa,  decisamente queer.  Si è sposato appena 20enne, nel 1883, con la bellissima Maria Hardouin dei duchi di Galles, che frequentava scavalcando il giardino della villa di lei attendendo suoi segnali luminosi nella notte. La rese incinta; sarà la prima e unica moglie. Da lei ebbe tre figli: Mario,  Gabriellino, alias Gabriele Maria,  attore e Ugo Veniero, ingegnere; c’è poi “Cicciuzza”, Alias Renata, la prediletta nata da altra relazione. Ed è appunto per le numerose relazioni extraconiugali di D’Annunzio, mentre cresceva la sua fama di poeta e scrittore che il matrimonio finì in una separazione legale consensuale nel 1892.

I due rimasero marito e moglie, continuarono a vedersi cordialmente, spesso e per tutta la vita. Maria fu più volte e a lungo ospitata a Villa Mirabella del Vittoriale, dove manteneva buoni rapporti con Luisa Baccara, la vera signora del Vittoriale, l’ultima donna di D’Annunzio, accontentandosi di incontrare il marito solo se da lui richiesta. Maria non riusciva a lasciarlo, si adattò a questo vero e proprio ménage à trois. La signora D’Annunzio comprese come la personalità esplosiva del poeta non potesse rimanere contenuta nei limiti del matrimonio. Sarà lei a dare un grande contributo alla complessa decorazione del Vittoriale, conoscendo i gusti del marito, a cui resterà vicino fino alla fine, e soggiornando a Villa Mirabella fino alla sua morte nel 1954.

Guido Keller  Nettuno

Nel 1906, il poeta riunì tutti insieme i tre giovanissimi figli maschi (l’unica volta in una vita), per un’estate, alla villa Versiliana, a Marina d Pietrasanta, tra Massa e Lucca. Il posto è famoso anche perché qui compose la lirica più bella, La pioggia nel pineto. Qui volle essere chiamato Maestro dai figli, non papà o babbo.  La villa è situata nei pressi di Marina di Pisa, dove si trova giusto una casetta di Eleonora Duse, “la Divina”, la più grande attrice di sempre, con cui ha una  chiacchieratissima relazione (durata 10 anni). La Ermione citata nella poesia, come la bellissima figlia di Elena di Troia e Menelao, è lei, il cui nome chiude ogni strofa e la pineta è quella della Versiliana.

La vita sessuale del Vate è notoriamente molto ricca e varia. Anzi, leggendaria. Si dice che le sue amanti accertate siano state almeno centocinquanta. Donne anche famose: con Sarah Bernhardt trascorre una notte di passione, che si accende anche per la danzatrice Ida Rubinstein, senza esserne minimamente ricambiato. D’Annunzio però è eccitato dalle sue preferenze saffiche e le propone inutilmente un ménage à trois con l’amante abituale francese. A lei, una donna, affida l’interpretazione del suo delicato San Sebastiano, musicato da Debussy. Uno scandalo. Interviene il vescovo che scomunica tutti. Il Sebastiano del Vate è un personaggio angelicato da lui, è lontano dalla figura del soldato romano dalle belle sembianze marziali, pronto a sacrificarsi per l’imperatore. È un mistico che offre sé stesso a Dio tramite la sopportazione dell’acuta sofferenza fisica, antichissima idea ancestrale, sadica e masochista, legata al sacrificio umano. Nel finale, gli arcieri suoi commilitoni lo devono uccidere per ordine dell’imperatore, lo fanno piangendo e pronunciando ardenti parole d’amore per lui. Il Martirio di San Sebastiano è il primo manifesto non apertamente gay, ma quasi.

Annunzio a Francavilla

E poi, fra le tante parole di nuovo conio che il Vate ha inventato, con quanti nomignoli ha ricreato il membro virile, togliendolo dal freddo tavolo anatomico? «Principino», perché il suo obiettivo è sempre violare la rosa; oppure lo apostrofa «Catapulta perpetua», «Diavolo», «Gonfalon Selvaggio», «Monachino di ferro», la cui erezione dura «dal tocco fino alle undici e mezzo di sera».

Tutto questo e altro nella pièce di Antonio Mocciola, “D’Annunzio vobis”, previsto per i giorni 7, 8, 14 e 15 marzo 2026 al Teatro Tram di Napoli.




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