LA “CERIMONIA DELL’ASSENZIO” SBARCA ALL’OFF-OFF DI ROMA
Il sonetto Du Trou du Cul, punto focale della piéce teatrale, non è solo una provocazione goliardica: la precisione descrittiva trasforma l’anatomia in un manifesto anti-borghese. Il nudo integrale sempre in scena è fedele alla scelta antiromantica dei tre poeti maledetti. Dal 25 al 29 marzo.
Il racconto di tre giganti maledetti, Rimbaud, Verlaine e Lautremont, interpretati dai tre attori della foto. Da sinistra: Francesco Petrillo, Emanuele Di Simone e Giuseppe Brandi. È un testo denso di pathos. Si percepisce chiaramente come il lavoro di ricerca per “La Cerimonia dell’Assenzio” degli autori Antonio Mocciola e Roberto Schena non sia stato solo un esercizio filologico, ma un tentativo di scorticare il mito dei “poeti maledetti” per trovarvi la carne e il sangue. Punto fondamentale: la distanza tra la percezione scolastica (il Battello Ebbro come esercizio di stile) e la realtà brutale di tre esistenze che hanno consumato se stesse e chiunque stesse loro intorno.
1. Il paradosso del “Sonetto del buco del culo”
Abbiamo individuato in Idole obscure (il vero titolo del sonetto Du Trou du Cul) il “bandolo della matassa” teatrale che spieghi la relazione tra i due. Scritto per l’album dei Vileains Bonshommes, non era solo una provocazione goliardica. La collaborazione tra i due nello scrivere un sonetto “osceno” è l’unica prova tangibile di una fusione creativa “fisica”. Mentre Verlaine scriveva le quartine (più classiche), Rimbaud irrompeva con le terzine (più feroci). La precisione descrittiva suggerisce un’osservazione dal vero, trasformando l’anatomia in un manifesto anti-borghese.
2. La “Certificazione” del desiderio
Non ci sono prove definitive della consumazione sessuale, è invece vera l‘assenza di “ti amo”: nelle loro lettere non c’è il lessico del romanticismo sentimentale. C’è possesso, violenza, bisogno, disperazione e “visione”. Il loro era un legame metafisico prima che carnale. L’inserimento di Isidore Ducasse (Conte di Lautréamont) è un colpo di genio drammaturgico. Se Rimbaud e Verlaine hanno scosso le fondamenta della poesia, Lautréamont con i suoi Canti di Maldoror ha fatto saltare l’intera struttura. Il Conte di Lautremont è qualcuno ancora più determinato di loro due nel far saltare le convenzioni borghesi, è in realtà quanto di più romantico vi sia sulla scena, perché è l’incontro con un fantasma, con un morto, si entra nell’aldilà, il prodigio sa di cultura esoterica ottocentesca. In un contesto “antiromantico”, il nudo perde la sua carica erotica convenzionale per diventare verità anatomica. Se i dialoghi tra due dei massimi poeti del XIX secolo non possono vertere su come cucinare una ricetta di cucina fra una “scopata” e l’altra, i corpi non possono essere celati da gentilissimi costumi d’epoca che filtrano la realtà.
3. Tre poeti nudi sempre in scena
L’uso di un attore (Di Simone) dalla bellezza statuaria, come probabilmente doveva essere il corpo del giovanissimo Rimbaud, rende visibile e immediato il motivo per cui un uomo più anziano e dieci anni e coniugato con un figlio come Verlaine (Brandi) potesse decidere di distruggere la propria vita sociale: era di fronte a un’apparizione greca che parlava con la voce di un demone moderno. Non diversa è l’apparizione di Lautremont (Petrillo), la cui bellezza e nudità si pone in concorrenza con Rimbaud, gli soprappone allo stesso livello di comunicazione. La nudità a tre, senza toccare romanticismi ed omoerotismi, segna il possesso reciproco dei corpi auto offerti all’Io assoluto.
Sull’argomento vedi anche QUESTO articolo
“La cerimonia dell’assenzio”, testo di Antonio Mocciola e Roberto Schena, per la regia di Giuseppe Brandi, anche in scena con Emanuele Di Simone e Francesco Petrillo, sarà sul palco dell’OFF/OFF Theatre da mercoledì 25 a domenica 29 marzo. Le musiche originali sono di Andrea Casapruna.

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