BARI, L’AQUILA FASCISTA CHE DÀ “UN SENSO” ALLA CITTÀ
La “forma urbis” del capoluogo pugliese è stata disegnata per glorificare il rapace simbolo dell’impero mussoliniano. Ma è un’umiliazione doppia: sia per il riferimento culturale, sia soprattutto per le modalità scandalosamente autoritarie con cui è realizzata la “Grande Bari”
Non è molto pedagogica ed educativa, bisognerà pure che qualcuno se ne renda conto e lo faccia notare. Forse non tutti sanno che la forma della città di Bari è quella di una fascistissima aquila imperiale. Lo ricorda un libro-indagine appena uscito, Antichi borghi di città, Ed. Magenes, 2026, di cui è autore Roberto Schena, esperto del tema, nel ricostruire la storia di molte città beneficiate da aggregazioni di altri comuni, soppressi d’autorità, senza consenso dei cittadini, se non con questi ultimi ostili.
La topografia storica del territorio è stata violentata per rispondere a esigenze industriali, ma se a Genova e Venezia, per esempio, l’obiettivo delle aggregazioni mirava alla realizzazione dei rispettivi porti, nel caso di Bari ha assunto una forte valenza simbolica e ideologica: dare al capoluogo la forma di un’aquila imperiale, a simbolo del fascismo trionfante. Il fregio dell’aquila, come noto, dominava sui cappelli dei gerarchi. Ecco i punti chiave di questa operazione di “taglia e cuci” territoriale e delle sue conseguenze identitarie. La storia del capoluogo pugliese nella prima metà del XX secolo è dunque del tutto peculiare e il capitolo dedicato descrive giusto l’inconsueto esperimento di “geometria politica”.
1. Genesi dell’aquila “levantina”
L’operazione è guidata da Araldo di Crollalanza, un alto gerarca proveniente da un’antica famiglia nobile del nord con beni e proprietà in Puglia, sicuramente una personalità dotata di grande capacità di coordinamento e organizzazione, ma un altrettanto deciso antidemocratico, personalità autoritaria, incapace di capire e apprezzare la democrazia. Araldo guidò gli squadristi pugliesi durante la marcia su Roma e nel 1923 divenne console generale della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, le famigerate camice nere. Stranamente, le cronache che parlano dei dettagli della sua vita come caporione fascista sono difficilmente trovabili, mentre prevalgono gli elogi e i pubblici riconoscimenti.
Come podestà di Bari dal 1926 al 1928, impone l’idea, subito accolta da Mussolini, di dare alla città la forma di un’aquila imperiale, simbolo del fascismo. La manipolazione dei confini cittadini non rispondeva a nessuna logica di efficienza amministrativa o continuità urbana, ma a una volontà puramente celebrativa sottraendo risorse ai comuni vicini. Infatti:
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Le “Ali” sono create sottraendo le spiagge ai comuni limitrofi. Modugno perse Palese, Bitonto perse Santo Spirito, Triggiano perse San Giorgio e Noicattaro perse Torre a Mare. Codesto modo di procedere, privò comuni millenari dalla gestione del loro sbocco economico e naturale sul mare, nonché un serio danno erariale.
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La “Coda” venne formata dall’annessione forzosa alla città di Bari di Carbonara, Ceglie del Campo e Loseto. Oggi costituiscono la periferia della città.
- La “Testa” e il “Corpo” dell’aquila imperiale sono il nucleo storico e il borgo murattiano, con il molo del porto a forma di testa e becco.
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“L’Epurazione”: fu sacrifica la frazione di Canneto, ceduta e fusa con Montrone, dando vita al comune di Adelfia). Canneto “sformava” la sagoma dell’aquila verso sud. Peccato che ancora oggi siano due città diverse.
2. Identità Resiliente: “Questa non è Bari”
Il passaggio più umano e sociologico del capitolo barese contenuto in Antichi borghi di città riguarda proprio la resistenza culturale delle ex-frazioni. Vediamo i diversi campi. Carbonara rivendica il culto secolare del suo patrono, San Michele e vive come indigesta l’imposizione di San Nicola.
Ceglie (l’antica Caelia) possiede un patrimonio sotterraneo (necropoli peucete) che spesso supera per importanza storica quello della Bari “centrale”, ma che giace in gran parte dimenticato o depredato. La Settimana Santa è il momento più importante di Ceglie. Con i suoi 58 “misteri” montati su altrettanti semoventi, si presenta con le proprie caparbie tradizioni. Ceglie così dimostra di essere una sorta di organismo-paese autonomo che reclama il suo spazio sulla pubblica strada, teatro della fede con cui Ceglie rifiuta, con un pizzico di orgoglio, l’etichetta di “periferia barese”.
Le estensioni edilizie “a macchia d’olio” hanno comunque portato alla congiunzione fra i borghi di Palese e di Santo Spirito, oggi divenuti una vera e propria conurbazione unica, una città a se stante con una gestione insoddisfacente. Le due ex frazioni a nord di Bari, con una popolazione complessiva di circa 32.500 abitanti, aspirano a una vita propria, staccandosi da Bari. Aspirano a diventare il 9° Comune autonomo nella graduatoria degli odierni 41 Comuni della Città metropolitana barese. Nonostante un secolo di annessione, l’integrazione con Bari è fallita perché basata sulla sottomissione e non sulla fusione consensuale.
3. L’Isola di Calore, il Cemento “Littorio”, l’estesa periferia
L’Autore solleva una critica ambientale ante-litteram. Il lungomare monumentale datata anni Trenta è indubbiamente presentato come una gloria estetica della Bari novecentesca, e da alcuni punti di vista lo è, ma ha determinato altresì la realizzazione di un muro di cemento e asfalto: Caserme e palazzi pubblici che appesantiscono il lungomare sono in realtà prive di oasi verdi, che oltre a renderlo impraticabile nei mesi estivi, impediscono la ventilazione naturale. Record di calore: Bari è stata citata a lungo come una delle città con la temperatura superficiale più alta d’Italia (fino a 45°C al suolo), proprio a causa di questa colata di pietra e asfalto priva di zone verdi lineari (al contrario del modello post-terremoto di Reggio Calabria). Il lungomare di Bari, seppure considerato di grande pregio paesaggistico, presenta caratteristiche che possono contribuire all’effetto isola di calore urbano, con temperature estive molto alte.
4. Il Caso Adelfia: unione solo sulla carta
Canneto e Montrone, i due comuni fusi dando vita ad Adelfia, sono l’emblema del fallimento della pianificazione a tavolino, senza consenso. Dopo un secolo di vita in comune, sono ancora due città diverse e separate. E hanno due santi patroni diversi. I cimiteri restano separati, come 100 anni fa. Le processioni in piazza per le rispettive feste patronali non superano il ponte che divide i due rioni.
Ovunque siano avvenute, le aggregazioni sono state condotte in modo autoritario, spesso contro il parere dei sindaci e delle giunte comunali, i quali hanno cercato quantomeno di mitigare tali provvedimenti forzosi. Essi avrebbero innescato una serie di grandi problematiche sul territorio periferico.
Antichi borghi di città narra le vicende di una cinquantina di periferie, tutte nate da ex comuni aggregati, tutte con pesanti problemi di degrado ma anche espressioni di grandi bellezze. Riporta come sottotitolo Indagine nei centri storici delle periferie, condotta a un secolo esatto dalle aggregazioni. Può essere considerato un’opera flâneuer, una ricerca per strada dell’identità dei luoghi, in grado di trasformare la passeggiata in osservazione della modernità, arte e racconto. Sono descritte in particolare tutte le periferie di Bari, Napoli, Reggio Calabria, Milano, Genova, Venezia e L’Aquila, ignorate dalle accademie. Un lavoro che non ha precedenti e dovrebbe essere preso seriamente in considerazione dalle municipalità.
Roberto Schena, Antichi borghi di città, Indagine nei centri storici delle periferie, Ed. Magenes, 2026, 25 Euro, può essere chiesto in libreria, se non lo si trova il libraio può ordinarlo su prenotazione, oppure richiederlo on line.

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