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“Il giorno dell’indipendenza”, la lotta al super io dominante

Dal teatro di Antonio Mocciola, un nuovo monologo, centrato sul rapporto fra scrittore, scrittura e nevrosi sociale-famigliare. Come sempre, attore nudo in scena. Dialogo con una sorella-fantasma, di cui urge liberarsi perché convinta di dovere esercitare la dittatura del perbenismo

Salvatore Iermano nudo e la Lettera 32

In una scena spoglia, uno scrittore nudo litiga con la tastiera di una vecchia, gloriosa macchina da scrivere, la Lettera 32 Olivetti. Protagonisti il suo corpo, ordinario, senza attrattive, desessualizzato, quasi senza forma, esteticamente irrilevante, schiacciato dalla monumentale Lettera 32, simbolo obsoleto di un glorioso quanto rimpianto passato industriale che non tornerà mai più.  Sic transit. Non è nostalgia. Quella macchina così popolare fra scrittori e giornalisti prima che fosse sostituita dalle tastiere dei computer, è in realtà l’amante vera della narrazione, quasi un thrilling. È la sposa virtuale dello scrittore protagonista, che si chiama Giordano, come il fiume biblico per eccellenza. Il monologo, serrato e massacrante, è un classico discorrere fra due amanti, con lui che si lamenta e lei che sta zitta per non peggiorare. Lui infatti impreca, lei apparentemente subisce, tace, ma ascolta e zitta zitta produce testi da mandare alle stampe. Raccoglie e trasforma sensazioni, maledizioni, lamentele psichiche dolorose in  lavoro.

E’ la pièce di Antonio Mocciola, Il giorno dell’Indipendenza, recitato in monologo da Salvatore Iermano in una delle rappresentazioni in vari teatri campani. Per seguire lo scandaloso, terrificante, bastardo teatro di Mocciola, drammaturgo vero, scrittore catartico ed esplosivo e soprattutto mobile, occorre spostarsi di volta in volta più o meno in tutta Italia, seguirlo dalla sua pagina di Facebook e approfittare di quando un suo lavoro capita in una città vicina.

la sorella super io e censura

Il monologo è racconto ricchissimo di immagini, una specie di film parlato che riprende un lungo conflitto intra familiare, con la sorella maggiore di diversi anni, sorta di madre investita troppo presto dalla responsabilità di educare il figlio-fratellino. Il personaggio femminile è un vero simbolo dell’ipocrisia perbenista borghese, un manichino del dover essere e della doppiezza schizofrenica: dietro il perbenismo apparente con cui si presenta al prossimo e al fratello stesso, c’è il rovescio della medaglia. Quello con la congiunta è un rapporto opprimente e tirannico basato su  apparenti motivazioni educative, mentre invece queste ultime mascherano di tutto, perfino azzardi incestuosi. Difficile esplorare questa realtà. L’autore napoletano, di origini lucane, ci riesce. Giordano ci parla della sorella premurosa nel lavargli i vestiti, ma anche esigente nel pretendere di lavarlo in doccia, di lavargli il glande mentre al fratellino dice: “Lo sai almeno che ti si romperà il frenulo la prima notte di nozze? Sei sicuro che ti piacciono le ragazze?”. Che sacramento di sorella. L’intimità fra i due fratelli è scassata da eccessi, in pratica con la complicità del medico di famiglia. Quest’ultimo è un tema ricorrente nel teatro di Mocciola, la scienza al servizio dell’ordine prestabilito diventa materia di denuncia. Figura inquietante inserite in almeno due lavori, il Verlaine e il Passannante.

Salvatore Iermano tra fogli e birra in “Il giorno dell’Indipendenza”

Il conflitto con la sorella-super io & censura spinge Giordano a una delirante richiesta d’aiuto alla scrittura, alla confessione su foglio scritto, così la Lettera 32, una vecchia  macchina da scrivere simbolo del design Made in Italy anni 60, diventa il fucile, la pistola, lo strumento di liberazione dal nemico assoluto, assediante, la parente-incubo. Anche se non basta, il rapporto è talmente doloroso e solitario che servono in aiuto birra e alcol, sempre presenti in scena insieme ai fogli sparsi per terra.

Giordano infantilizzato scrive nudo in piedi, l’attore che lo interpreta Salvatore Iermano, è capace di gran belle espressioni pertinenti, ne è ricchissimo il suo viso naturale, ben guidato nell’accompagnare i passaggi del monologo. Maltratta la macchina-monumento al pari di un alienante strumento di lavoro, ma sa che è la sua vera amante, da cui non si separerà mai, e la nudità non fa che accentuare questo aspetto, il bisogno di farla sua sessualmente, di amarla e odiarla liberamente. La nudità di Giordano-Iermano è totalmente agita allo scoperto, non ha alcun posto dove nascondersi, dove trovare riparo dalla cacciata ordinata dall’autore Mocciola e dalla sorella fantasma,

“La tua presenza in casa mi impedisce di scrivere”, urla Giordano alla sorella super io sociale, fantasma tutto il tempo, rappresentata solo da due vesti femminili svolazzanti dagli attaccapanni.  “Mi utilizzi come tuo manichino”. Arriverà il giorno dell’indipendenza, della liberazione. Giordano pensa che se non si libera della sorella-super io, durissima nel bloccargli la creatività, la fantasia, la libertà con una serie di “dover essere” a raffica  non avrebbe mai potuto produrre nulla come scrittore, invece è proprio lei la fonte e il motore d’ispirazione dei suoi temi privilegiati. Il rapporto amore-odio è pure col super io dell’ordinario e del piattume.

 

 




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