Se il drammaturgo e l’attore si lasciano folgorare da Lombroso
Un mangiatore di carne regredisce alla condizione di cannibale: è la trama di “Sarcofagia”, dove il crudele autore, Antonio Mocciola, riesce a fare pure peggio del celebre criminologo. Come? Esponendo nudo un attore-serial killer nella piazza del paese, fino a quando non emergerà bene la cattiveria di tutti
Perché mai un uomo bello, muscoloso, simpatico e perfino intelligente, pur di non passare la vita a fare il modesto macellaio di un mattatoio di paese, trasferisce la propria capacità professionale nella soppressione di signore e signorine del suo circondario? Ha provato a spiegarlo un grande scienziato, Cesare Lombroso, nel XIX secolo, studiando il caso di Vincenzo Verzeni, serial killer (allora non si chiamavano cosi). Lo studioso non ne ha azzeccata una delle sue teorie criminologiche fondate sulla trasmissione di orribili tare ereditarie, ma è riuscito a spazzare via le medievali tesi ecclesiali di presunte possessioni demoniache, creando la criminologia moderna, di cui è l’indiscusso padre.
Nel testo teatrale di Antonio Mocciola intitolato alla maniera dell’horror “Sarcofagia” (il mangiare carne), abbiamo un giovanotto soprannominato il Vampiro perché affondava i suoi denti nelle gole delle donne. Vincenzo Verzeni, “il vampiro della bergamasca”, era residente a Bottanuco, oggi comune di 5mila anime, allora ne aveva 1500, famoso per nessuna cosa mai accaduta se non questa orribile. Il “vampiro” era tendenzialmente un mostro doppio, causa convinta antropofagia, si mangiava le carni crude di chi uccideva. Ebbene, Mocciola diventa complice sia suo, sia di Lombroso, ricrea codesta specie di criminale al quadrato in un uomo giovane e bello, nella persona dell’attore partenopeo Stefano Coppola, esponendolo nella piazza della chiesa di paese completamente nudo, condizione peraltro di frequente attribuita ai “matti”, facendone la cavia umana per i gossip di paese.
Verzeni-Coppola sostiene, anzi grida intorno al suo passato delirante, la farneticazione diventa materiale di studio e attrazione spettacolare. Mocciola raccoglie pochi dati biografici del macellaio-vampiro-antropofago (o, se volete, cannibale) di Bottanuco, di lui racconta come il padre ubriacone lo punisse in continuazione, spogliandolo davanti a madre e sorelle per picchiarlo, tutti i giorni, fin da bambino; non sospettava che il vero essere abnorme non era il figlio ma lui stesso. La madre epilettica, lungi da offrire protezione, rincarava le dose dello squilibrio famigliare. Bottanuco è un posto sul fiume Adda tanto amato dal Manzoni «dove i coscritti portano con loro dei pulcini alla visita di leva, li sgozzano prima di essere visitati dall’ufficiale medico, si mettono il sangue nel buco del culo e dicono che hanno sempre emorragie».
Il mostro di paese, esposto all’osservazione pubblica, nota: «gli uomini mi sputano addosso, le donne mi insultano, i bambini mi lanciano frutta e verdura marcia». Serafico, Verzeni-Coppola enfatizza la sua condizione di vittima atteggiandosi a San Sebastiano e sfoggia una segreta, compiacente autoironia esibizionistica, da autentica scimmia in gabbia. Chiudendo Verzeni in manicomio, esce fuori il narcisismo accademico di Lombroso. Con “Sarcofagia” esce il narcisismo eversivo dell’attore mocciolanizzato, sostenendo di essere lui la vera vittima. «Ci svegliano all’alba sbattendo i manganelli sulle porte – racconta – ci lanciano un pezzo di pane di castagne e ci mandano in città incatenati, ad asciugare i navigli e a coprirli con il bitume, tra le zanzare e lo sguardo di pietà o di raccapriccio dei cittadini. Se piove – continua – nevica o c’è un sole che spacca il cervello, noi siamo sempre con la nostra divisa di lana grezza, che punge il corpo, e ci fa sudare come buoi con l’aratro. Uno legato all’altro – conclude – senza pause, fino al tramonto, quando ci riportano dentro».
C’è tutto un mondo, là fuori ogni giorno, che vive in un giardino di mostri ritenendosi al riparo, sano e angelico. Il caso Verzeni nei fatti dimostrava che le tesi sulla trasmissione dell’indole criminale erano false, più che altro fanno venire un po’ di brividi al lettore. Con Lombroso l’approccio al soggetto criminale inizia a essere da scienziato, non è più da moralista o da magistrato, sebbene non si rendesse conto che il problema della follia non è nelle tare genetiche ma nella normalità stessa, la normalità che non è normale di un mondo contadino sacralizzato da poeti, preti e scrittori, ma traboccante di violenze in famiglia su donne e figli. L’origine dei demoni era semplicemente lì nella famiglia, mascherata dietro le belle facciate illustrativa della macchina manzoniana-deamicisiana.



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