Garegnano, la Certosa – II parte IL LATO NOIR. LA DEVASTAZIONE

SECONDA PARTE

Il priore senza vocazione

Nonostante l’influenza spirituale di Carlo Borromeo aleggiasse all’interno della Certosa dopo la morte, avvenuta nel 1584, fra il 1616 e il 1618 sarà priore della Certosa  una personalità interamente priva di vocazione, di nome Domenico Boisio. La figura è per certi versi accostabile alla Monaca di Monza di manzoniana memoria. Il Boisio, si presume obbligato dalla famiglia a indossare l’abito monacale, nel giro di poco tempo organizzò nei locali della depandace milanese della Certosa, un vero e proprio bordello, un luogo di prostituzione. Lo rivela Roberto Gariboldi, nel libro che stiamo recensendo, La Certosa di Milano in Garegnano (vedi la prima parte dell’articolo qui). La cosa andò avanti per due anni fino a quando non venne alla luce.  L’intervento della giustizia costò molto caro al Priore, 10 anni di lavori forzati come rematore nelle galere spagnole. Gli andò bene:  Marianna De Leyva, ovvero suor Virginia Maria, ovvero la Gertrude di manzoniana memoria, nel 1608 era stata murata viva in una cella di 3 metri per 1,80, dove rimase in condizioni assolutamente disumane per 13 anni. Successivamente, fu ospitato in diverse certose, fino a quando non morì 34 anni dopo a Serra San Bruno, la Certosa calabrese, la stessa dove morì il fondatore dell’Ordine.

Daniele Crespi, resurrezione temporanea del teologo Diocrés

Non è certo un caso se la prima delle lunette che adornano le pareti della navata, mostra un affresco che rappresenta la resurrezione momentanea di Raimondo Diocrés, teologo francese deceduto in odore di santità.  Durante i suoi funerali nella cattedrale di Notre Dame, si alzò da cadavere, cereo com’era, per avvertire di essere finito all’Inferno a causa di una vita spesa, in realtà, nel peccato. L’affresco attirò l’attenzione di Lord Byron, che nell’ottobre del 1816 (definito “l’anno senza estate” a causa di un irrigidimento del clima per lo scoppio del vulcano Tambora, nell’isola di Sumbawaha) soggiornò a Milano, spesso in compagnia di un altro grande scrittore romantico, Stendhal. Giusto guidato da quest’ultimo visitò Garegnano.  L’affresco colpì l’immaginazione di Byron; illustra tutto il terrore dei monaci presenti, tra cui lo stesso fondatore dell’Ordine, san Bruno. Proprio da quell’episodio il monaco si sarebbe deciso a fondare l’ordine dei certosini. Ecco come da un episodio di orrore si sia generato una grande esperienza di santità.

pittore “maudit”

A dipingere la scena è un Daniele Crespi trentenne, un anno prima della prematura scomparsa. Avvenne nel 1631 per peste, la stessa descritta dal Manzoni. Quando morì, era già uno dei maggiori pittori del Seicento lombardo.

Daniele Crespi, Il digiuno di san Carlo. Sullo sfondo due inquietanti figure

Crespi è, tra le altre cose, autore del  Digiuno di san Carlo Borromeo, il più celebre ritratto di san Carlo Borromeo, dipinto fra il 1628-1629, quindi quasi mezzo secolo dopo il decesso. Raffigurò il Cardinale, uno dei più terribili grandi inquisitori nella storia della Chiesa,  seduto, contristato, pensieroso, sul suo tavolo solo un libro aperto, pane e acqua e, sullo sfondo due inquietanti figure mentre osservano la scena.

Una certa diceria lo annovererebbe nella schiera degli artisti maledetti: pur di rappresentare con esattezza le espressioni di un uomo morente, avrebbe compiuto egli stesso un omicidio ai danni di un suo modello. Vicino a essere arrestato, Crespi si sarebbe presentato ai monaci appellandosi al diritto d’asilo. Ora, Gariboldi ricorda che la questione del diritto di asilo per Crespi è una “leggenda metropolitana” non suffragata da documenti. «Si favoleggia che avesse crocifisso un modello per vedere le sofferenze di questa pena – dice lo studioso -, ovviamente si tratta di una “fakenews”, un caso simile avrebbe lasciato delle documentazione che invece non esiste».

Navata: uno degli affreschi di Daniele Crespi. L’episodio mostra il duca Ruggero di Calabria mentre scopre san Bruno in preghiera. Indicato con la freccia rossa il presunto autoritratto del Crespi

Sta di fatto che a Garegnano ci rimase per tutti gli anni 20 del Seicento, probabilmente vivendo lì, continuando il lavoro lasciato dal Peterzano e riempiendo di dipinti le due pareti, la volta a botte (il soffitto) e l’alloggio del Priore. Quest’ultimo è andato distrutto insieme ad altre parti nel XIX secolo. Con Crespi, la navata diventa un tripudio di figure, di personaggi, di scene ispirate alla Bibbia, da lasciare a bocca aperta,  i milanesi ne parleranno per sempre come di una loro cappella Sistina. Le ambientazioni rappresentano (magistralmente) momenti di vita dei monaci più illustri legati all’ordine dei certosini,  a iniziare dal fondatore san Bruno. Il libro di Gariboldi funziona anche come guida: ogni dipinto della Certosa è spiegato a uno a uno.

Arriva anche l’imperatore

Nel 1634 una visita inaspettata: arriva il 29enne imperatore di Spagna Filippo IV, soprannominato “il Grande” e, dal suo primo ministro Olivares, “Re Pianeta”, per la sua cospicua collezione pittorica. Grande protettore di artisti come il Velasquez,  Filippo parlava e traduceva l’italiano letterario; si presume fosse stato attratto da Garegnano sia per la celebre amenità dei luoghi, come già il Petrarca, sia dalla fama artistica della Certosa. E anche per un altro motivo: una battuta di caccia nel famigerato bosco della Merlata, dove le cronache della Certosa riferiscono abbia ucciso ben tre lupi, insieme al fratello Ferdinando, cardinale arcivescovo di Toledo, di quattro anni più giovane. Ferdinando lo accompagnava in questo tour nel Ducato, di cui fu per otto mesi Governatore l’anno prima.  

Il lato noir della Certosa

Francesco Valletta: Martirio dei 18 certosini inglesi 

Gariboldi non ne parla nel suo libro, ma lo ricordiamo noi en passant: i dipinti della Certosa datati XVII secolo avrebbero affascinato scrittori di noir come Edgar Allan Poe   e Mary Shelley, l’autrice di Frankestein. I due conoscevano la Milano descritta da Alessandro Manzoni, furono entusiasti recensori dei Promessi Sposi nei rispettivi Paesi. Nessuno dei due si lasciò ingannare dall’aperto cattolicesimo e dalle espressioni bigotte contenute nell’opera. La chiesa di Garegnano, oltre all’affresco del Crespi sulla resurrezione momentanea  di Diocrés, contiene altri dipinti che rappresentano scene di morte estremamente crude di martirio. Il libro di Gariboldi accenna invece a due importanti tele, in particolare, del pittore probabilmente milanese Francesco Valletta (da non confondere con l’omonimo napoletano 1680-1760).  Del Valletta milanese si sa poco: visse nella prima metà del ‘600, fu attivo anche alla Certosa di Pavia tra il 1630 e il 1650 dove dipinse due tele con lo stesso soggetto e molto simili nel contenuto iconografico.

Francesco Valletta strage dei 12 certosini di Roermond

Hanno per oggetto i monaci certosini perseguitati e martirizzati dal mondo protestante nel corso del XVI secolo. Due quadri che andrebbero meglio considerati e magari restaurati.  Vi si ricorda la strage di 18 certosini in Inghilterra avvenute fra il 1535 e il 1537 e la strage di Roermond in Olanda, dove nel 1572 ne perirono 12  orrendamente torturati. Il pittore napoletano, che ebbe una lunga vita, ma della biografia molto poco si sa, ritrae ambedue le situazioni con tutti i particolari estremante crudi delle sevizie ricevute. Sempre en passant, si potrebbe ricordare la Strage di Farneta 1944, quando le SS trucidarono 12 monaci certosini per avere protetto ebrei e perseguitati.

Brutale soppressione

Papa Pio VI a Vienna incontra l’imperatore Giuseppe II per pregarlo di desistere dalla decisione di sopprimere centinaia di monasteri

Gariboldi sottolinea che gli unici a poter vedere le meraviglie artistiche della Certosa sono solo ed esclusivamente i monaci e i conversi. Data la stretta clausura del monastero, il popolo per secoli non ha mai potuto accedere alla Certosa oltre i primo cortile, detto delle Elemosine, specificamente utilizzato per dare da mangiare e da dormire a poveri e pellegrini. Forse, avere mantenuto fede alla vecchia regola della clausura in pieno secolo dei Lumi non fu una scelta felice, da parte di certosini.  Infatti, nel 1782, d’improvviso, il monastero fu chiuso d’autorità. Un momento tragico non solo per la Certosa, ma soprattutto per Milano, che perdette un tesoro incommensurabile. Ancora oggi la città ne paga le conseguenze. L’imperatore d’Austria Giuseppe II, succeduto a Maria Teresa, decise la soppressione di tutti gli ordini monastici contemplativi, di clausura, nonché la confisca e la vendita dei loro beni materiali accumulati in secoli. Furono soppressi nell’Impero ben 700 monasteri, sostituti con 700 parrocchie alle dirette dipendenze dello Stato, un declassamento de facto, fenomeno noto come “giuseppinismo”.

 

Sala capitolare

A nulla valse il viaggio a Vienna di Papa Pio VI per pregarlo di ripensarci. Le due certose di Milano e Pavia ne seguirono la tristissima sorte.  La peggiore toccò alla chiesa milanese. Non solo i monaci furono costretti a lasciare le celle del chiostro, abbandonandolo completamente a se stesso, ma anche gli antichi oggetti sacri, d’oro e d’argento, alcuni dei quali veramente preziosi, furono venduti (altri rubati) procurando un incasso milionario all’Erario dell’Impero, dissanguato dalle continue guerre; la preziosissima biblioteca contenente circa 5mila volumi antichi, parte dei quali scritti a mano, andò dispersa, derubata, distrutta. Stessa sorte subirono i terreni, venduti a una ristretta cerchia di nobili milanesi.

IL CHIOSTRO DIVENTA… UNA POLVERIERA

Il libro di Roberto Gariboldi, La Certosa di Milano in Garegnano, si chiude raccontando come il chiostro grande del Seregni fu adattato a deposito militare e polveriera. Altre parti, come il priorato, con gli affreschi del Crespi, i rustici, l’antico borgo di Garegnano Marcido decaddero dall’uso. Alla fine del XIX secolo il tutto era talmente fatiscente che si procedette con l’abbattimento, sia del priorato, sia del chiostro grande, sia dei rustici, sia del borgo. Il quale ultimo subì dei rifacimenti in chiave moderna, grazie ai quali poté sopravvivere.

L’area realmente coperta dalla Certosa di Milano prima degli abbattimenti

La Certosa, trasformata in semplice parrocchia, subì così un processo di dimezzamento degli spazi che ne distrussero la complessità, tanto che in anni recenti sopra l’area del chiostro grande fu fatta passare l’autostrada.  Milano perse quella che oggi sarebbe stata un’attrattiva turistica, religiosa, culturale di prim’ordine. La Certosa di Milano disporrebbe oggi di un importante museo, di una formidabile biblioteca di volumi antichi e godrebbe di un numero di visitatori paragonabile alla certosa di Pavia e di tutte le altre certose presenti nel Paese.  Sarebbe un importante momento di riqualificazione delle aree periferiche della città.

Roberto Gariboldi, La Certosa di Milano in Garegnano, 160 pagine, è acquistabile per 25 Euro all’interno della Certosa. 

FINE

La prima parte di questo articolo la trovate QUI




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